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lunedì 12 maggio 2014

LA RASPA DIAMANTATA

Attraversando la città di Carrara in Toscana, si sente la salita verso la base della montagna. Appena fuori dalla città, noi ci troviamo a guidare per le serpentine su una piccola strada che ci guida in cima alla montagna. Entriamo in un mondo diverso, il mondo del marmo toscano.
La vista è straordinaria e allo stesso tempo spaventosa. Gli autocarri portano fino a sessanta tonnellate giù dalle centinaia di cave, manovrando per i tornanti delle strade fatte di marmo che ruotano per le montagne e sembrano una ragnatela fitta e stupefacente.
Qui lavorano gli uomini senza paura dell’altezza, che sono parte di molte generazioni di famiglie che vivono e lavorano con il marmo bianco, famoso in tutto il mondo. Il lavoro è duro e pericoloso. In estate, il sole riflette sulla superficie bianca e rende l’aria soffocante, in inverno, invece, porta il gelo.
La tecnica per estrarre il marmo è cambiata marcatamente negli ultimi secoli. Oggi si trovano gli automezzi giganteschi. È un vero spettacolo vedere come queste macchine siano trasformate in miniature nello sfondo della montagna enorme di marmo.
Il materiale che ha cambiato tutto per l’estrazione dell’oro bianco è il diamante. Con i diamanti galvanizzati nell'acciaio, il marmo si taglia come burro. L’uso dell’acqua è fondamentale per assicurare che la polvere sia portata via e non scaldi il marmo e gli utensili.
C’è il filo diamantato per tagliare e c’è anche la sega di misura grande che taglia il blocco dalla faccia della montagna. I diamanti grezzi servono per tagliare i blocchi. I diamanti più fini sono usati per lucidare il marmo. Si trovano anche piccoli utensili a mano con diamanti: questa raspa diamantata, per me, è un oggetto che mi ricorda quella gita fatta nella montagna di marmo.

VANESSA PASCHAKARNIS, West Dublin, Nova Scotia, Canada


mercoledì 4 maggio 2011

un po' di storia: la spedizione dei Mille

Nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1860 da Quarto, presso Genova, salparono due piroscafi: il Piemonte e il Lombardo. A bordo c'erano 1072 volontari vestiti in camicia rossa, comandati da Giuseppe Garibaldi, diretti in Sicilia. Giunti a Talamone, in Toscana, i garibaldini si rifornirono di armi e poi sbarcarono a Marsala in Sicilia. A Calatafimi incontrarono e sconfissero le truppe borboniche, che contavano ben 80.000 soldati, poco motivati alla guerra. Invece i garibaldini diffondevano entusiasmo tra le popolazioni, che speravano nella distribuzione delle terre, portate via ai latifondisti privilegiati. Garibaldi sconfisse nuovamente i borbonici a Milazzo. L'8 agosto sbarcò in Calabria e il 7 settembre 1860, travolta ogni resistenza, entrò vincitore a Napoli. Cavour era preoccupato che Garibaldi invadesse lo Stato Pontificio, sollevando le reazioni di mezza Europa. Perciò prese una decisione difficile. Inviò un esercito piemontese per fermare Garibaldi e per restituire al re Vittorio Emanuele II il controllo della situazione. L'incontro tra il re e Garibaldi avvenne a Teano. Il generale lasciò ogni potere nelle mani nel monarca, dicendo "obbedisco" e si ritirò nell'isola di Caprera.